12/01/2012

Nell’ultimo scorcio del 2011 la politica italiana è andata incontro a radicali sommovimenti. Naufragata la più ampia maggioranza dell’esperienza repubblicana è nato un governo per la prima volta senza nessun rappresentante del Parlamento ma con la missione di evitare il collasso finanziario dello Stato e con esso la fine dell’euro. La Sardegna, pur in presenza di una dirompente crisi economica e istituzionale, vive invece una grigia stagione di stagnazione politica. La maggioranza scaturita dal voto del 2009 galleggia rassegnata nella ordinaria amministrazione di un Istituto autonomistico sempre più esangue e delegittimato. L’opposizione fa diligentemente il suo mestiere in Consiglio regionale ma non riesce a disegnare un progetto alternativo capace di mobilitare le migliori energie popolari e autonomistiche della nostra Isola. Il PD, principale forza dello schieramento progressista, dopo una bella e promettente primavera elettorale, sta di nuovo scivolando nella endemica conflittualità dei suoi stagionati gruppi dirigenti e intanto va spegnendosi la sua ambizione di essere il perno della nascita di un grande nuovo soggetto politico, autonomista e federalista, ancorato in primo luogo agli interessi, alla soggettività e alla sovranità del popolo sardo.

Decifrare il dibattito e il percorso del principale partito del centrosinistra sardo e da un po’ di tempo quanto mai problematico.La discussione e i documenti che si votano nei cosiddetti organismi dirigenti stanno diventando sempre più velleitari e incomprensibili a chi guarda ancora la politica con occhi limpidi. La maggioranza dei consiglieri regionali chiedono un incontro urgente al Segretario nazionale per denunciare il mancato rispetto di un documento votato pressoché all’unanimità dalla Direzione regionale. Altri prendono iniziative unilaterali per delimitare recinti dentro l’area del Segretario nazionale e regionale.

Anche le tante e feconde discussioni programmatiche, che si diffondono copiosamente nel territorio, sono spesso indebolite dalla esclusione sistematica di una parte significativa del patrimonio culturale del riformismo e dell’autonomismo sardo. Vedere il vivaio e i nativi del PD dividersi in due curve di tifoserie, a Macomer e a Nuoro, per applaudire o fischiare “le vecchie glorie” è francamente desolante. Qualcuno si dovrebbe rifiutare di arbitrare quelle partite. In particolare i componenti di una segreteria composta con spirito unitario. Gli organismi scaturiti democraticamente dal congresso fondativo vivono l’imbarazzo di uno sfaldamento della maggioranza che ha eletto Silvio Lai e di un cammino che prosegue con l’apporto responsabile e determinante di una minoranza fino a ieri molto intransigente e adesso, con qualche suo esponente, troppo diligentemente impegnata a sostenere il Segretario per irrigidire i diaframmi dentro la cosiddetta area Bersani. Le scadenze elettorali si sono allontanate ma paradossalmente le tensioni interne si sono acuite.

Si ha la non tranquillizzante sensazione che il calendario organizzativo e congressuale si stia rimodulando principalmente in funzione degli appuntamenti con le candidature, prima per il Parlamento e poi per il Consiglio regionale. Un partito con queste ossessioni e con l’agenda dettata dagli stessi attori da quasi un decennio non può fare molta strada nella considerazione e nella fiducia popolare. Lo dico anche autocriticamente. Se l’epicentro dei tormenti del PD è ancora la Presidenza della Regione e la possibile ricandidatura di Renato Soru allora è bene che questo tema venga subito in campo alla luce del sole e venga dipanato in Sardegna e non in qualche ufficio politico romano in zona cesarini.

La guida della Regione del centrosinistra sardo non riguarda solo un partito ma eludere questo nodo fino alla vigilia delle elezioni o delle primarie a me sembra molto rischioso. La lezione di Cagliari va metabolizzata e messa a frutto in maniera intelligente da un gruppo dirigente maturo e lungimirante. Ad iniziare proprio da Soru che ha dato un apprezzabile contributo, pochi mesi fa, per ricomporre le fratture congressuali e adesso è chiamato alla prova cruciale di mettere a disposizione del suo partito e della Sardegna tutto il peso della sua autorevolezza, della sua capacità innovativa e della sua intelligenza critica nella valutazione accurata della sua esperienza di governo e delle condizioni per un possibile rilancio, in un quadro chiaro di corresponsabilità delle forze sane e vive della società sarda. La ricandidatura per la terza volta di un Presidente carismatico e spigoloso come Soru non è a priori né un azzardo né un evento palingenetico. La greve esperienza della destra che sta governando oggi la Sardegna ha aperto gli occhi a molti sardi che stanno rivalutando l’orizzonte nuovo e alto che la stagione soriana aveva delineato per rendere finalmente libera e protagonista del suo futuro la nostra comunità regionale. Però quell’esperienza si è conclusa ,alla fine del 2008, con una cocente sconfitta. Anziché continuare con l’analisi recriminatoria e consolatoria dell’auto-sconfitta o peggio del sabotaggio interno io penso che sia opportuno riflettere sui fattori che nell’azione di governo e di riforma hanno allontanato il centro sinistra da una parte consistente dei suoi referenti sociali.

Le prossime elezioni regionali non devono essere quelle della rivincita o della resa dei conti, nel PD e nel centrosinistra, ma l’opportunità per un nuovo patto democratico con la maggioranza dei sardi. Quello che sta accadendo nel PD in questa fase non riguarda solo il PD e il suo attuale vertice. In gioco c’è di nuovo la prospettiva di dare alla politica e all’autonomia sarda una classe dirigente e un’organizzazione della rappresentanza democratica capaci di raccogliere le potenzialità culturali e civili della nostra terra e le opportunità di riscatto e di modernizzazione che questa fase storica offre.

Emanuele Sanna

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